Questo testo ripercorre la scaletta che normalmente è utilizzata per commentare “Nodi del Mediterraneo”: una raccolta di circa sessanta brevissimi filmati, realizzati da Studio Azzurro e organizzati in un concerto di azioni, narrazioni e sonorità legati alla tradizione e alla sapienza del lavoro nell’area del Mediterraneo.
Proposta al pubblico attraverso una proiezione, questa raccolta è presentata attraverso tante piccole icone attivabili a seconda del tracciato narrativo che si vuole percorrere.
È lo scenario di un moderno “cantastorie” che accompagnato da due musicisti di strumenti “spiaggiati”, creati cioè con oggetti portati dal mare, narra
alcune impressioni, legate alla ricerca di una comune sensibilità che persiste nonostante una condizione segnata, oggi, da profonde differenze. Improvvisando e via via condividendo con il pubblico le scelte che orientano la successione e la connessione delle immagini, si snoda un racconto che ogni volta prende articolazioni differenti, che ricombina questo mosaico in forme sorprendenti. Il risultato, normalmente, è l’annodarsi di una preziosa
raccolta di gesti che si fondono con i suoni e le luci formando una vera e propria danza tra mani e materia. Movimenti che esaltano la capacità tipica
mediterranea di riuscire a imprimere nella materia stessa, nelle cose, al di là dell’aspetto funzionale, un lato sognante, una patina di poesia.
È uno dei punti cardine per cui la cultura del Mediterraneo è stata così centrale, è uno dei principali tratti generativi di questo “continente liquido” che è stato grande proprio quando ha saputo fondarsi, in modo non retorico, sulle differenze e gli scambi di culture anche radicalmente diverse.
Ciò che ci sembra particolare di questi materiali, non è tanto rinchiuso nel valore documentaristico, bensì nel racconto di vicinanza, nella sensazione di prossimità, nella forma forte e coincisa delle immagini e dei suoni e che trasforma questo modo di guardare e di ascoltare i gesti, in piccoli, ma coinvolgenti “video d’impressione”. Mediterraneo, mare nostrum, protagonista controverso, dimenticato, tagliato dalle paure. Mare, che è stato l’origine di tutto e che ormai è quasi scomparso dagli occhi, dalle teste e persino dalle carte. “Mi serviva una carta. La cercammo ovunque:
introvabile! C’erano mappe dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa, ma nessuna del Mediterraneo” . Edgard Morin ci racconta così di una perdita, più che di una semplice carta geografica, di una mappa interiore. Ciò che si raffigurava anche come immagine definita e centrale nel nostro immaginario, svanisce dissolta nel magma del mar globale o nella sua continua frammentazione. Da qui la necessità e la voglia di rigenerarne la figura, ridisegnarne i contorni.
Ma il nostro sogno è dettato più che dallo sguardo, dall’insieme di sensi che continuamente l’idea di mediterraneo ci sollecita.
Abbiamo cercato e immaginato mappe che evocano quelle antiche, mappe delle migrazioni e spostamenti dei popoli, della disperazione.
Poi geografie emozionali, grafici degli spostamenti microscopici e delle stratificazioni fatte dagli uomini, dal tempo e dalla storia, sino ad una nostra mappa dei sensi...Ma è a questo punto che il vento piomba sul nostro tavolo, scompiglia le carte, mescola le carte del nostro Mediterraneo. Nel cercare di sistemarle queste si sovrappongono casualmente e generano nuove forme, un nuovo ordine in cui alle direzioni dei venti si interseca il tracciato dei viaggi di Ulisse, le rotte dei Fenici, le linee dei traghetti moderni. In trasparenza emergono le volute degli arabeschi e le geometrie dei labirinti.
Le direzioni migratorie delle gru si intersecano con quelle delle persone.
I passaggi della disperazione con quelli della poesia.
La via della seta incrocia quella del sale e delle spezie, degli olii e dei profumi, dei capitali e delle armi. Una sovrapposizione caotica che delinea però, una verosimile mappa del Mediterraneo. Un Mediterraneo che è stato grande quando ha saputo sparpagliare e seminare genti e miti, quando ha saputo essere centro delle differenze e non confine d’acqua…
Con gli occhi bruciati dai riflessi, l’uomo se ne stava sulla riva e aspettava.
Sapeva che le onde gli avrebbero portato sempre qualcosa e, da anni, aspettava ogni giorno quello che il mare gli avrebbe donato. Di fianco al suo capanno andavano accumulandosi, ben divisi, porzioni di reti, bottiglie, contenitori di plastica, sugheri, giocattoli, conchiglie e oggetti metallici: chiavi, cucchiai, ingranaggi, barattoli. Sembrava che una città sommersa, più povera di lui, si stesse sciogliendo nel ritmo della marea e a lui ne giungessero i resti: prodotti per un mercato poverissimo che gli permetteva a mala pena di possedere una torcia elettrica.
Corde, soprattutto corde venivano dal mare. Quasi sempre di pochi metri, forse relitti di nodi sapienti.
“C’è gente – ci disse – che ha bisogno anche di questo piccolo pezzo di corda. Chissà poi – una lunga pausa e un sorriso – se un giorno le onde mi porteranno l’ambra grigia, allora diventerò anche ricco”.
Poeta del mare, incontrato sulle sponde del mediterraneo, che usa il suo tempo. Il tempo delle attese... come quello che serviva a Montale per... “svuotarsi di ogni lordura” guardando un mare che “sbatte sulle sponde tra sugheri, alghe e asterie, le inutili macerie del suo abisso”.
Flutti più imponenti portano anche relitti più grandi. Carcasse di ruggine, rottami di navigazione, navigli di ogni genere, che in altre epoche potevano evocare viaggi avventurosi, capitani eroici, equipaggi coraggiosi. Mentre ora, inevitabilmente, naufragano nella nostra mente immagini di carrette stracariche di profughi, di clandestini, di corpi aggrovigliati, sguardi impauriti, documenti sbiaditi dall’acqua, gommoni lacerati, file infreddolite,
corpi alla deriva.
Anche il mare è stanco e fa sentire il suo sospiro.
Sulle coste ripide, nei litorali sinuosi, nelle spiagge bianche di pomice o nere di ossidiana ci si accorge che il mare respira. Con ritmo lento o affannato,
quasi impercettibile o furioso, va e viene, porta e prende. Questo moto vitale frena dolcemente su quelle sponde, dove alcune pozze, naturali o
disegnate dall’uomo, ne raccolgono la sua densa metamorfosi salina.
Da stato liquido a condizione solida, attraverso un mutare di colori che vanno dal blu al rosso al giallo sino al bianco più abbagliante. Chi ha visto non può più dimenticare queste immagini di “sale nascente”.
Così il mare che si ferma rivela la sua materia cristallina e la sua anima trasparente. Ma mantiene in esse la stessa duplicità di azione: da un lato il sale conserva, porta nel tempo, dall’altro corrode e prende al tempo.
Ci sono anche gesti che prendono il tempo e lo modellano, lo aggrediscono. Sono i ritmi e i suoni che sgorgano dalle azioni del lavoro, i gesti
ripetuti della tradizione, quelli ossessivi del rito. Sono i suoni che alleviano la fatica e rendono sopportabile il rumore. Sono suoni che aggregano,
come quello dei battiti metallici di un duetto di pentolari che possiamo facilmente confondere con una trance Gnawa.
Ma e’ ipnotico anche stare ad ascoltare in silenzio il telaio in funzione. Il suono è talmente reiterato nella meccanicità dei gesti che si possono percepire tutte le minime vibrazioni, i sussulti: i colpi secchi e quelli dolci dello scivolamento, il tintinnio delle forbici. Il ritmo da meccanico, come in tanti altri lavori artigianali, diventa fisiologico: mille righe colorate vibrano, sembrano danzare, sino ad annodarsi definitivamente. Sino a quando schiocca la forbice che taglia il cordone ombelicale dell’ultimo filo del tappeto. Nel silenzio, un accenno sommesso di benedizione, come vuole la tradizione islamica.
Allora ti senti liberato e ti allontani di nuovo verso l’alto, a guardare il paesaggio, come su un tappeto che vola.
Un nodo può essere semplicemente bello, come una intensa gassa amorosa, ma può rivelarsi dannatamente utile e a volte risolutivo. È una metafora relazionale: vuol dire affrancarsi in un destino, produrre qualcosa che dipende dal valore aggiunto del vincolo.
Una serie di nodi diventa qualcosa di più grande ancora. È l’intersecarsi di sistemi relazionali e affettivi che compongono famiglie, amicizie, tribù, etnie, popoli. Parti di società tenute insieme come un tessuto, intrecciate come un kilim. Non è un caso forse che da 9.000 anni e per centinaia di generazioni, da madre in figlia, si riproduce - attraverso un tappeto - l’ordine statico dell’universo e il divenire delle generazioni.
Ki-lim vuole dire “come dentro”, Un fatto interiore, una esigenza di memoria.
Un tappeto dunque fa risiedere il suo valore ancor prima che nel suo schema decorativo nella complessità del mondo dei nodi. La trama e l’ordito compongono una materia straordinaria, un sentimento interiore condiviso, che avrà poi il potere di diventare casa, luogo di preghiera, visione cosmologica, simbolo di potenza, paesaggio comune.
“Dimmi il nome dei tuoi piedi prima di calpestarmi! – intima a ragione il tappeto della sala di Maat nel libro dei Morti degli antichi Egiziani – perché io sono silenzioso e sacro”. Chissà che nome avranno avuto i due piedi dell’impastatore di argilla che saltava sul blocco di terra, lavorando con le proprie
impronte per renderla morbida e pronta ad altre mani in attesa di trasformarla in oggetto.
Osservare la sua danza ipnotizzava.
Vederlo lottare con la consistenza della materia, percuotere la sua resistenza sino a farla cantare, avvolgersi nell’impasto sino a confondersi con esso. Intreccio tra uomo e materia.
Trama e ordito anch’essi. Chissà che nome avranno avuto i due piedi...
Un uomo che sembra un insetto... infatti c’è sempre qualcuno nel mediterraneo,
sulle coste, nei campi coltivati, anche nelle zone impervie. Nel vuoto, nel silenzio improvvisamente appare qualcuno, perché c’è sempre qualcuno nel mediterraneo... Contempli i paesaggi da lontano, sembrano silenziosi e muti. Ma una volta dentro, con i piedi che scricchiolano sulla terra e le paglie, il suono si manifesta improvvisamente. E cresce sino all’esplodere in un concerto di sibili e ronzii, così intenso e avvolgente da irrompere tra le limpide orizzontali del pentagramma naturale.
Insetti di mille forme e mille voli, che a seguirli ingarbugliano lo sguardo, vagano da un fiore all’altro, da un cespuglio a un albero, dall’erba a una pozza, formando un paesaggio invisibile tracciato proprio dai suoni. Cursores instancabili capaci di trasformare il territorio lentamente ma tenacemente con gli umori della propria frenetica ricerca. Impollinatori che accendono la vita penetrando nelle corolle, tuffandosi nei colori, inebriandosi nei profumi, con così delicata sensualità da ingelosire l’uomo. E da esserne, a loro volta infastiditi sino a rincorrerlo, a inseguirlo, pungerlo, per impedirgli di violare l’intimità del paesaggio.
Seguendo l’indice del vecchio che mostra le api femmine, le sposta, le accarezza, le tratta con ricambiata affettuosità, ci si accorgere di quanta sapienza
occorra per saper leggere questo paesaggio e per cogliere la variazione di umore a seconda del mutare di un ronzio o del tracciato di una traiettoria. Per
capire se è l’ora della fame oppure del cambiamento atmosferico.
Intanto anche il vento sibila come un enorme insetto...
Uomini che sembrano insetti dicevamo... e scendendo: uomini che sembrano salamandre che escono e entrano dai loro buchi... non si fa caso a quanto
sottoterra ci sia nel Mediterraneo, dalle origini vulcaniche al culto dei morti, dalle catacombe alle città scavate dalle correnti d’aria. Il sottosuolo morbido è scavato come un labirinto riempito dai suoni, dai soffi, dai vapori.
Lo si abita per proteggersi dal caldo, lo si usa per conservare, lo si vive per lavorare.
Li sotto si trova un mondo impressionante, denso di cose, attraversato dai fumi, illuminato da improvvisi fuochi.
A Napoli come in molte città del Mediterraneo.
Si sprofonda nella terra dal cento della città e si riemerge insieme ai vapori delle numerose piccole fonderie che lì sotto hanno trovato il loro habitat. Si incontrano uomini d’altra era, anneriti da carboni, illuminati dalle braci, intenti a soffiare, colare, attizzare, fondere, a gridare.. provocano un moto impetuoso che partendo dalla materia incandescente si sprigiona verso l’alto, trasformando la terra in puro vapore.
La figura del vulcano domina in tutto il Mediterraneo. Crateri spenti, crateri che si sono trasformati in isola o in lago, che si sono affossati nel deserto con la loro aureola annerita, crateri ancora attivi che presidiano, sul mare o nel continente, il moto della terra e la sua trasformazione. Vulcani che fanno salire dal profondo un’energia tanto sfavillante quanto devastante.
L’orribile accostato al bello, il bello all’orribile.
Questo moto sta anche dentro gli uomini del Mediterraneo. C’è un’energia che brucia dentro così contradditoria nel suo manifestarsi che corrisponde a quel sentirsi prigionieri fra Dio e Satana, come raffigurava Goethe i napoletani, e che avvicina i moti della carne a quelli dello spirito, la dura materialità al volo della fantasia, la pura razionalità alla follia. Sino a toccare pregiudizi e credenze, superstizioni e santità. Ex voto e corna.
Qualcuno ricorda ancora un tipo strano che s’aggirava tra i fu mi della solfatara con un grosso cono. Appoggiava la base più larga al suolo, e dopo aver guardato negli occhi il terreno, auscultava dalla cavità del vertice i ribollimenti del suo ventre. Il “microfono” trasmetteva sibili, soffi, borbottii
e poi più in là gemiti, ansimi e qualche sospiro. Forse un altro, a un certo punto, avrebbe potuto sentire anche oltre: le profezie della Sibilla, i suggerimenti dei teschi sepolti, i richiami delle Sirene. Lui però, come un medico impaziente di dare la sua diagnosi, cercava i suoni della
collera del Vesuvio.
Il vulcano con i suoi flash sembra aver fotografato per la prima volta il mondo.
È chiaro che a volte si fa fatica a parlare di Mediterraneo in questo modo. In questi tempi in particolare quando verrebbe naturale, per via della propria coscienza, mostrare l’incredibile quantità di nefandezze, di tragedie, di orrori, il Mediterraneo si sta configurando più per quello che divide piuttosto che
per quello che unisce. Più come confine d’acqua piuttosto che, per usare una similitudine regalataci, “una bacinella in cui posare i propri piedi vicino a quelli degli altri.” Troppi conflitti, troppe intolleranze, confondono oggi il senso millenario di questo territorio. Distaccano un sud, sottosviluppato economicamente e socialmente da un nord che, aldilà dell’apparenza, soffre di uno sottosviluppo umano crescente. Confine d’acqua a cui si aggiungono altri confini che si incrociano, si moltiplicano, si sovrappongono come scogliere su cui si incaglia ogni nostra umanità, ogni nostra sensibilità.
E al furore dell’uomo contro se stesso, si aggiungono anche quello dell’uomo sull’ambiente. Tutto ciò che la nostra civiltà scarta finisce prima o poi in questo bacino, dalle grandi e piccole città, attraverso i grandi e i piccoli fiumi. Ma il Mediterraneo ricambia le sue acque solo nell’arco di 90 anni. Questo mare, questo territorio ha anche il suo tempo, il suo ritmo, che ormai però non è più né avvertito, né rispettato. Se non quando reagisce, brutalmente, con le alluvioni, le eruzioni, i terremoti.
Il Mediterraneo è pieno di città morte, misteriose. Pietre consumate dalla sabbia, basalti torniti dai venti del deserto o quelli del mare. Torri di fango dissolte dal sole, colonne di marmo sfumate sino a perdersi. Tracce di città apparse e scomparse nella storia di infinite traiettorie tra oriente e occidente. Una consunzione avvertita in tutto il bacino, ma che in Siria si avvicina più di altrove all’origine.
L’origine, dove la sopravvivenza prende forma di cultura e civiltà: scrittura, scambio, utilità, bellezza... Si scorge anche negli uomini questa lontana
genesi, sfiorando il fascino delle loro espressioni, i solchi formati dal sole e dal tempo, i segni delle loro tribù e religioni incise sulla pelle. Oppure inseguendo le pieghe delle loro vesti, in un vero viaggio al buio, che ti porta inesorabilmente lì, a guardare ciò che ti guarda, verso gli occhi, nel riflesso cristallino che appare come un lampo persino attraverso un velo islamico.
Lì incroci l’origine...
di Paolo Rosa